SULL’EX ILVA, SOLO DEMAGOGIA E SCARICABARILE

di Piero Piliego

In una nota inviata alla stampa, Anna Filippetti Segretaria provinciale del Pd Taranto, ha dichiarato: “Chissà se i Ministri che si stanno occupando della vertenza ex Ilva, hanno lontanamente idea dello spirito con cui migliaia di famiglie legate alle sorti di quello stabilimento, stanno vivendo queste ore che ci separano dal nuovo anno”. Quesito che dovrebbe essere allargato a tutta la politica romana e locale, Pd compreso.

Sullo stabilimento tarantino e sul futuro della città che da sessant’anni lo ospita invece si fa solo demagogia e scaricabarile.
“Le famiglie dei dipendenti delle aziende dell’appalto che hanno contratti precari e stipendi risicati, – ha proseguito Filippetti – o di quelli che da cinque anni sono in cassa integrazione, o ancora dei diretti che non hanno ancora modo di sapere cosa accadrà, perché l’unica notizia che vien fuori dai tanti tavoli romani è l’assenza di notizie, l’assoluta e inaccettabile mancanza di presa di posizioni da parte di un Governo che continua a lasciare carta bianca al socio privato, e a scaricare tutto sulle scelte fatte in precedenza. Come se questo potesse bastare a giustificare la totale inerzia che va avanti dal settembre del 2022, inizio del Governo Meloni”.

Dovrebbe ricordare la segretaria provinciale del Pd che la cassa integrazione arriva da ben più lontanno di 5 anni, gran parte dei quali governati dal suo partito e che il tanto demonizzato socio privato è lì grazie anche al loro contributo.

“Le famiglie, la loro sussistenza, la dignità dei lavoratori, il tessuto economico locale”, sbandierate dalla Filippetti, sono soffocate da una fabbrica in agonia che nessuno vuole salvare.
Come fa il Pd a chiedere “rispetto del territorio” e contemporaneamente il proseguimento di una produzione che sanno benissimo non potrà mai essere più green di quanto non è in questo momento.
Se realmente tiene al territorio, alla salute e alla vita di chi vive intorno a quella fabbrica, la segretaria, faccia cessare l’inferno che si scatena da quegli impianti, particolarmente intenso e visibile la notte, sul quale invece non spende una parola.

È evidente che l’interesse del partito autore della maggior parte dei decreti “salva Ilva” è un altro, lo chiarisce bene la Filippetti quando afferma: “Il Governo prenda una decisione e finalmente assuma il ruolo di socio di maggioranza”.
Ancora una volta si chiede al Governo, allo Stato e ai contribuenti di prendere sul groppone questo carrozzone cadente e improduttivo, dopo averlo dato ai privati ed avergli permesso di depredarlo delle ultime risorse.

“Ora che si fa?” Chiede la Filippetti al Governo. Si fa quello di cui la comunità ha bisogno: si chiuda subito quella fabbrica, la si accompagni verso una chiusura dolce e si utilizzino quei soldi che si vogliono bruciare negli altoforni per bonificare e supportare la rinascita di quei settori produttivi distrutti dall’industrializzazione selvaggia e la nascita di una economia “sana”.

Ha ragione la segretaria quando afferma che quella tarantina è una “comunità che ha già dato abbastanza”, per questa ragione governo e opposizione lavorino verso una “chiusura giusta” e rapida. Perché chi è senza peccato scagli la prima pietra.

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