Sabato 20 settembre, nel Teatro Fusco, un pubblico attento e interessato ha potuto assistere allo spettacolo “Ovidio il poeta relegato. Metamorfosi dell’esilio”.

Moni Ovadia, attore di origine bulgara definito l’«ebreo errante» del teatro italiano, ha interpretato Ovidio. Lo spettacolo teatrale, scritto da Luigi Di Raimo e diretto da Daniele Salvo, anche lui interprete in scena con Barbara Capucci, rientra nella programmazione del Taras Teatro Festival (con la direzione artistica di Massimo Cimaglia) giunto alla III edizione e riconosciuto dal MIC come “festival di rilevanza nazionale”.
Lo spettacolo è una rilettura moderna delle opere e della vita del poeta latino e vuole accendere i riflettori sulla vicenda umana del cantore dell’amore che venne espulso da Augusto. Ovidio nacque a Sulmona, giunto a Roma fu avviato subito alla retorica e si distinse per la sua vena poetica.
Dalle fonti letterarie emerge che della vita romana del tempo, raffinatamente mondana e salottiera, il poeta fu sovente animatore e protagonista, fino al punto di diventarne uno degli interpreti più autentici. Non si dedicò solo alla poesia, perché fu anche uno dei dieci magistrati che presiedevano cause di cittadinanza e libertà. Nell’anno 8 d. C. fu relegato da Augusto a Tomi, l’odierna Costanza, sulla costa del mar Nero. Non si trattò di deportazione, la quale comportava la confisca dei beni e la perdita dei diritti civili, ma il poeta ne fu profondamente scosso. Lo stesso Ovidio nel secondo libro dei Tristia ci dice che le cause furono due: carmen et error. Il carmen fu probabilmente l’Ars amatoria che minava dalle fondamenta le leggi imperiali dei buoni costumi. Sull’error invece si distese un velo di mistero, probabilmente aveva assistito a qualche scandalo di Giulia Minore, nipote di Augusto. Dall’esilio probabilmente completò Le Metamorfosi, aggiungendo e correggendo alcuni punti.

L’opera si compone di circa 250 leggende mitologiche legate fra loro da un sottilissimo filo. Sono trasformazioni di esseri divini e umani da persone in quadrupedi, uccelli, alberi, fiumi, fonti, fiori e costellazioni. Con Ovidio ci troviamo dinanzi ad una poesia nuova e diversa sia rispetto a quella degli altri elegiaci, sia rispetto a quella degli altri poeti augustei: si tratta di un’espressione poetica apparentemente semplice, ma estremamente accurata, in cui si è ormai spenta la grande tensione ideologica e si è, invece, fatto spazio un mondo privato e profondamente interiorizzato. Ed è questa versione che Daniele Salvo, pedagogo, regista e uomo di teatro a pieno titolo, ha portato in scena, sorprendendo spesso gli spettatori.

Nell’interpretare Ovidio, Moni Ovadia ha fatto emergere l’immenso dolore che continua inesorabilmente quando il legame con la propria patria è un rapporto vitale e imprescindibile. Dall’esilio però scrive una poesia immensa che diventa eterna. La moglie Fabia vorrebbe raggiungerlo ma Ovidio la scongiura di rimanere a Roma perché può provare ad agire affinché possa farlo ritornare in patria, cosa che non accadrà. Fabia riuscì ad infondere coraggio ad Ovidio esortandolo a scrivere altre opere come i Tristia e le Epistulae ex Ponto che sono diventate immortali.

Sul palco tre attori che hanno dato voce ad alcuni personaggi delle Metamorfosi: Alcione, Ceice, Atteone che viene trasformato in cervo dalla dea Diana e infine la storia di Icaro e Dedalo (Icaro che per voler volare così in alto trovò la morte).
Così, attraverso l’interpretazione dei tre attori , il pubblico ha potuto apprezzare la vena a volte umoristica presente nell’opera di Ovidio dotato di un’umanità gioiosa e fantastica. Lo spettacolo si è concluso con i lunghi e ripetuti applausi del pubblico che ha apprezzato questa versione delle Metamorfosi di Ovidio.
