VIAGGIO NEL MONDO DEL RUGBY TARANTINO

Abbiamo incontrato Vincenzo La Gioia, vice presidente e Marcello Val (coach Marcello), tecnico juniores della Taranto Rugby Generation. Con loro due campioni nazionali di rugby, tarantini, cresciuti con e grazie ad appassionati come La Gioia e coach Marcello: Antonio Careri e Francesco Rossi.

Francesco Rossi, classe 1997, pilone, ha disputato l’ultimo campionato con la Rugby Rovigo Delta, una delle squadre italiane più prestigiose, con la quale ha vinto quest’anno il massimo campionato. Rossi ha confermato la scelta di restare a Rovigo anche per il prossimo campionato.

Antonio Careri, classe 1998, pilone, ha militato nell’ultimo campionato con il Biella Rugby, disputando nella stagione 2020/2021  il campionato di serie A. Careri è passato alla Rugby Lazio per il prossimo campionato.

Con i rappresentanti Della Taranto Rugby Generation abbiamo voluto parlare del rugby a Taranto: passato, presente e futuro, per capire come, nonostante i tanti ostacoli che questo sport incontra nella città ionica oramai da decenni, sia poi in grado di esprimere eccellenze come Francesco e Antonio.

Marcello Val ci ricorda che a Taranto si gioca a rugby dal 1973, prima città in Puglia in cui si è disputato questo sport. Allora si giocava nel campo della Jonica al rione Tamburi e ci si doveva arrangiare anche per illuminare l’area di gioco. Nonostante tutto, la passione e l’abnegazione, negli anni sono stati raggiunti risultati importanti. Nella storia del rugby tarantino ci sono stati numerosi stravolgimenti societari con fallimenti, scissioni e fusioni, e come in molti sport definiti “minori”, il problema è quello economico. Un problema che riguarda gli atleti, che spesso hanno bisogno di lavorare per mantenersi, e le società. Più la squadra cresce, maggiori sono i costi. Una partita necessita di 15 titolari ed almeno 7 riserve, più lo staff tecnico, e spostare tante persone ha un costo che cresce così come cresce la distanza dalla sede di gioco. I ragazzi, Rossi e Careri ci hanno raccontato che dirigenti ed allenatori la domenica abbandonano le proprie famiglie per portali in giro a giocare, loro “non hanno famiglia”, intendendo con ciò che tolgono tempo alla propria vita personale per accompagnare la squadra nelle trasferte. Spesso è necessario andare a prendere i ragazzi da sotto le abitazioni, anche in quartieri periferici. Enzo La Gioia ci ha riferito che il rugby è stato spesso occasione per recuperare ragazzi in condizioni di disagio sociale, insegnando loro le regole ed il rispetto nello sport, che poi diventa condizione di vita.

Ricordiamo che, nonostante quello che si vede in campo: atleti di 120 kg che si spingono e si scontrano, nel rugby c’è molo fair play. È diventato ormai famoso anche per chi non segue questo sport, il “terzo tempo”, un rito che si svolge al termine della partita che vede riuniti i giocatori delle squadre che si sono affrontate in campo, tutti insieme a bere e mangiare e a scambiarsi opinioni sulla partita e non solo.

Ma come ci si introduce al rugby? Coach Marcello ci spiega che si inizia a 6 anni anche se dai 6 ai 13 anni non esiste un campionato vero e proprio, ma la Regione organizza degli incontri con delle “partitelle”. Dopo i 13 anni e fino ai 18 anni, si disputano campionati interregionali, le cui vincenti si sfidano tra loro a due a due fino ad individuare una vincente nazionale che accede al campionato nazionale di categoria.

In molti, soprattutto mamme, hanno paura che questo sport sia troppo cruento e i propri figli possano farsi male. Il tecnico ha spiegato che la prima cosa che si insegna ai ragazzi è quella di cadere. Ai due campioni nazionali, Rossi e Careri abbiamo chiesto che tipo di infortuni hanno subito nella loro carriera, ci hanno parlato di problemi alle ginocchia e qualche sanguinamento dal naso. Ne più ne meno, potremmo dire, di quanto può capitare anche ad un calciatore professionista. Il vicepresidente La Gioia ci ha poi spiegato che loro sono obbligati a seguire corsi di formazione di primo intervento molto severi, con esame finale, per poter intervenire immediatamente ed identificare il tipo di trauma. Ed per alcuni traumi, anche se privi di conseguenze, è previsto un divieto di gioco per un certo periodo, anche di un mese.

Abbiamo voluto capire dove e come si allenano oggi i ragazzi tarantini che praticano il rugby. Val e La Gioia ci hanno spiegato che c’è molta preparazione atletica, svolta spesso nella pineta Cimino, e sono previste anche sessioni di canottaggio grazie alla collaborazioni con associazioni di questa disciplina. Il problema principale è quello che riguarda i campi in cui disputare le partite e gli allenamenti. Purtroppo i rugbisti tarantini sono costretti ad un pellegrinaggio tra diverse strutture in città e in provincia. E comunque sempre in terreni adattati al rugby e non specificatamente progettati e realizzati per questo sport. Coach Marcello ci ha detto che Taranto è l’unica provincia pugliese a non disporre di un campo specificatamente dedicato al rugby. Gli spazi utilizzati nel corso della lunga storia di questa disciplina sportiva a Taranto sono stati tantissimi: dal già citato stadio della Jonica Tamburi, al Palafiom, ad una struttura nel comune di Montemesola, al Campo Scuola del rione Salinella. In quest’ultima struttura, ci ha riferito Antonio Careri, giocavano all’interno della pista di atletica, tra i lanciatori di peso e le buche lasciate dai pesi, che rendevano pericolosa la corsa dei rugbisti.

Abbiamo chiesto  allora quali sono le possibilità per il rugby tarantino di ottenere uno spazio che sia definito “del rugby”, dove chiunque possa rivolgersi per conoscere, seguire o praticare questo sport. Quali sono le speranze affinché Taranto disponga di un luogo dove, come ci hanno spiegato i due campioni che hanno militato in squadre di Abruzzo, Veneto, Lombardia, Lazio, si possa giocare al rugby e consentire a famiglie e bambini di incontrarsi e coltivare e far crescere la passione per questo sport.

Enzo La Gioia ci ha riferito che all’interno della struttura dell’Arsenale Militare esiste un terreno che sarebbe adatto a tutto ciò, addirittura pare ci siano, abbandonati in un magazzino, dei pali per porte di rugby omologati per partite anche internazionali. Già nel 2010 fu annunciata una convenzione che prevedeva la riconsegna alla città di 11 strutture sportive all’interno dell’Arsenale di proprietà della Marina. Nel 2016 quei campi furono inaugurati dall’allora sindaco Ippazio Stefàno, dal sottosegretario alla difesa e dai vertici della Marina Militare. Ristrutturazione pagata da Provincia e Comune. Con l’amministrazione Stefàno era stata avviata anche una intesa, ma non è chiaro se a causa di disaccordi tra regione e comune o di un errore nella progettazione del campo di gioco, non se ne è saputo più nulla. Ad oggi nessuna società dilettantistica privata o scuola, ha mai avuto accesso a quegli impianti, nonostante le promesse ed i soldi pubblici spesi. A gennaio di quest’anno è arrivata poi una nuova promessa di recupero di quegli impianti sportivi, questa volta dalla giunta guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, ma anche in questo caso, dopo circa sei mesi da quella promessa, nessuna novità.

Un’altra possibilità per il rugby tarantino, potrebbe essere il campo B dello Iacovone. Ma già sono note le polemiche che quell’area di gioco ha sviluppato negli ultimi mesi per non parlare delle difficoltà di cogestione col calcio di uno spazio comune. Inoltre da qualche tempo si parla anche di un rifacimento totale dello stadio Iacovone. Anche se l’ipotesi é ancora in stato di “rendering”, vista l’esperienza di questi anni non è detto che si passerà mai dagli effetti speciali alla realtà, questo aggiunge solo incertezza ad una possibile assegnazione del campo ad altri sport.

Vorremmo aggiungere, tra le possibili strutture da dedicare alla disciplina del rugby, quella del Centro Sportivo Magna Grecia che è nelle disponibilità del comune. Dopo un bando assegnato ed annullato negli anni passati, pare sia prossimo ad essere oggetto di un nuovo bando di assegnazione, come annunciato dall’amministrazione. A dicembre 2020 il comune di Taranto ha anche indennizzato il precedente assegnatario, ma ad oggi non risulta ancora nessun nuovo bando e la struttura versa in uno stato di degrado ed abbandono e pare sia utilizzata come dimora da senzatetto.

Abbiamo chiesto ai dirigenti della società di rugby ionica se ed in che modo possano influire i Giochi del Mediterraneo del 2026, che si disputeranno a Taranto, sulla possibilità per i rugbisti tarantini di giocare nella propria città su un loro campo. Ci hanno risposto ricordandoci che il rugby non rientra tra gli sport coinvolti nella competizione, ma che la ristrutturazione di numerosi impianti sportivi, di cui dovrebbe godere Taranto grazie agli investimenti per i giochi, potrebbe consegnare a questo sport uno spazio non più indispensabile al termine delle competizioni del 2026. Mister Val ci ha raccontato che nel corso degli ultimi 10 anni ha incontrato almeno due volte l’anno le amministrazioni comunali e i diversi assessori allo sport. Fino ad oggi purtroppo nessun risultato, nonostante sembrava che con l’assessore Thilger, vicina alla disciplina del rugby, qualche risultato si sarebbe potuto ottenere. Purtroppo un rimpasto di giunta ha fatto crollare questa speranza. Adesso le aspettative sono sui Giochi del Mediterraneo.

di Piero Piliego e Massimo Perrini

 

 

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