LA SPADA DI DAMOCLE SULLE ELEZIONI COMUNALI

di Cinzia Amorosino

Sulle elezioni comunali di Taranto pende la spada di Damocle di un ulteriore dissesto per i 200 milioni di euro derivanti dai famosi Boc . La sentenza dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 1/2022 solleticherà i creditori per far fallire nuovamente il Comune di Taranto? Forse sarebbe meglio lasciar risolvere la spinosa questione al Commissario prefettizio. E, ove possibile, rinviare le elezioni amministrative. Questa l’opinione dell’avv. Nicola Russo del Comitato Taranto Futura, condivisa da molti tarantini.

Si ricorda che l’operazione dei Boc risale al 2004, mentre la Direttiva europea in appresso richiamata è del 2000. Tutto si rimescola in favore della Banca creditrice.

Inspiegabilmente sta passando sotto silenzio che lo scorso 12 gennaio, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, nella sentenza n. 1/2022, ha emesso il suo verdetto. Ecco un passaggio pregnante:

“….con la separazione tra le attività finalizzate al risanamento e quelle di liquidazione della massa passiva, il dissesto ha assunto una fisionomia analoga al fallimento privatistico.

Dall’altro lato, va sottolineato che sussistono, anche in costanza di Gestione liquidatoria, contributi dello Stato per il pagamento dell’indebitamento pregresso in rapporto alla popolazione dell’ente dissestato.

Al riguardo, deve peraltro aggiungersi che l’attività contrattuale della pubblica amministrazione è stata assoggettata alla normativa sul contrasto ai ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali, di cui al decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231 (Attuazione della direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali), in particolare per effetto delle modifiche introdotte dal decreto legislativo 9 novembre 2012, n. 192 – Modifiche al decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, per l’integrale recepimento della direttiva 2011/7/UE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, a norma dell’articolo 10, comma 1, della legge 11 novembre 2011, n. 180). In tal modo, la remunerazione dei crediti attraverso gli interessi di mora ai sensi del citato d.lgs. n. 231-2002 offre una compensazione al creditore, che si contrappone al rischio che il credito venga attratto nella massa della Gestione liquidatoria.

Il dissesto finanziario degli enti locali si colloca quindi, in altri termini, all’interno dell’antitesi Stato-mercato.

Alla luce delle svolte considerazioni, si ritiene che le caratteristiche del procedimento di dissesto siano espressive di un equilibrato e razionale bilanciamento, a livello normativo, con la necessità, da un lato, di ripristinare la continuità di esercizio dell’ente locale incapace di assolvere alle funzioni e i servizi indispensabili per la comunità locale, e, dall’altro lato, di tutelare i creditori.”

Ma facciamo un passo indietro. I Boc, in parole povere, sono titoli di debito che sono serviti al Comune di Taranto per fare degli investimenti in seguito a dei progetti. Alla lettera è l’acronimo di “Buoni obbligazionari comunali” e altro non sono che il prestito al Comune di Taranto nel 2004 (Giunta Di Bello) di 250 milioni di euro effettuato dall’allora Banca Opi, poi Biis, rilevata da Intesa Sanpaolo.

Nel 2016 una valanga di 460 milioni di euro si stava abbattendo sulla testa dei cittadini incolpevoli. Una cifra immensa, che il Comune rischiava di dover dare a Banca Intesa Sanpaolo.

All’epoca l’allora sindaco Ippazio Stefàno spiegò a una platea quasi attonita di giornalisti che la banca nel 2004 si era proposta come “tutor” del Comune, offrendo 250 milioni di euro che erano serviti anche per coprire i 142 milioni di debiti che il Comune aveva collezionato. I restanti 108 milioni, riepilogò Stefàno, erano stati destinati a spese di investimento.

Il commissario prefettizio Blonda, nel 2006, aveva infatti sospeso il pagamento delle rate alla banca perché non poteva pagare gli stipendi. Poi c’era stata una transazione con l’Osl (Organo straordinario di liquidazione) per 25 milioni. La banca inoltre aveva voluto gli interessi, la Osl aveva precisato che era competenza sua trattare e l’amministrazione comunale aveva perfino fatto ricorso al Capo dello Stato per chiarire le competenze, ma non aveva ricevuto risposta. Allora Stefàno si era rivolto alla magistratura. Nel 2009 la prima sentenza decretò la nullità del contratto e nel 2012 la Corte di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, confermò sostanzialmente il primo grado.

Il predecessore di Melucci spiegò, tra l’altro, che l’Osl aveva accantonato 44 milioni di euro che aveva offerto alla banca tentando una transazione; a questa somma andavano aggiunti i circa 100 milioni di euro costituiti dalla gestione Stefàno nell’avanzo di amministrazione, nonché la cosiddetta provvisionale (poco meno di 30 milioni di euro) riconosciuta al Comune nella sentenza di primo grado del processo penale concluso dal Tribunale di Taranto.

Adesso, non c’è più scampo: almeno 200 milioni di euro vanno tirati fuori dalle casse quasi esaurite del Comune. Ecco perché il prossimo primo cittadino potrebbe trovarsi davanti ad un dissesto bis. La gestione Stefàno, pur coi suoi limiti, era riuscita faticosamente a mettere la città sulla via d’uscita dal drammatico dissesto. Ma non è ancora finita. Di conseguenza sembra quantomeno imprudente da parte dell’ultimo sindaco Rinaldo Melucci (ricandidatosi), dichiarare ai quattro venti che con lui al timone Taranto è “definitivamente uscita dal dissesto” . Questa brutta fase della sua storia, la città spartana, ancora non se l’è lasciata alle spalle.

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