VERSO IL BARATRO: ARCELOR-MITTAL, ALTRI MILLE LAVORATORI FUORI. LO SCHEMA MICIDIALE

di Cinzia Amorosino

Come abbiamo fatto rilevare più volte, il Governo tace e temporeggia sulla questione ex-Ilva, specialmente in questo delicato periodo pre-elettorale. Intanto il sindacato incassa nuove sconfitte in una realtà industriale dove, pian piano, è stato delegittimato dal nuovo gestore dello stabilimento, il colosso franco-indiano che se ne infischia delle regole del gioco e in tutto il pianeta passa come un caterpillar sui siti che acquisisce.E le notizie che continuano ad arrivare non sono certo confortanti. Tutto previsto, potremmo dire da Cassandre memori di altre vicende tarantine, ma sono tanti i lavoratori che non vogliono capire dove li sta portando l’ostinazione a non entrare a fondo in certe dinamiche e a permettere il dilaniamento e la frammentazione della forza lavoro al fine di evitare rischi sociali troppo grossi. E qui le lobbies politiche stanno perseguendo questo fine. Il motivo è uno: la politica tarantina non ha avuto e non ha alcun peso sui tavoli nascosti dove si prendono le decisioni, quelle vere e segrete, sul nostro territorio e le nostre vite.Ed ecco che oggi il sindacato apre le braccia verso il cielo. “Purtroppo si avvera quel che avevamo ampiamente previsto – annuncia la Usb – : Arcelormittal vorrebbe estendere la cassa integrazione ad altri 1000 lavoratori, che si andrebbero ad aggiungere alla platea già piuttosto ampia dei circa 4000 su un totale di 8.200 dipendenti. Dunque 5000 in tutto le unità lavorative interessate e prese in carico da Invitalia, di cui 3000 in cassa integrazione a zero ore e 2000 destinati presumibilmente a rientrare in un processo di terziarizzazione”. È molto probabile anche che nel passaggio dalla multinazionale alle ditte esterne si possano perdere delle garanzie. Anzi, aggiungeremo noi, è sicuro. Nei programmi dunque, a detta del Coordinamento esecutivo Usb Taranto, si parla di un organico che rimarrebbe nel circuito aziendale in regime ordinario non superiore alle 3000 unità, con una produzione annuale che non supera i 3 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. “Previsioni che chiaramente portano la fabbrica verso un inevitabile collasso. Ci dispiace ripetere che l’Usb aveva messo in conto ciò che ora si sta concretizzando e spiace anche rilevare che ciò accade con il silenzioso sostegno di un Governo incapace di gestire questa vertenza e che dunque asseconda il metodo utilizzato dal gruppo franco-indiano: “Divide et impera”.”Attenzione a questo possibile schema: una parte di lavoratori in As, una in Arcelormittal, una in Invitalia, quest’ultima a sua volta divisa tra coloro che sono in cassa integrazione e altri che potrebbero passare a ditte esterne. “Un modo di procedere inaccettabile che non fa bene nè ai lavoratori, nè al territorio. Tutto ciò non può che portare prima o poi alla chiusura della fabbrica dal momento che non c’è alcuna programmazione, nè accordo di programma o altri meccanismi che possano garantire i diritti di cittadini e lavoratori.Va detto inoltre che, se si dovesse realizzare quanto detto, lo stabilimento verrebbe gestito per il 90 % con risorse pubbliche e col minimo impegno di Mittal”.L’organizzazione sindacale rifiuta questo disegno e chiede che la multinazionale venga messa subito alla porta per aprire un nuovo capitolo. La prima richiesta è la nazionalizzazione della fabbrica siderurgica e contestualmente la riconversione attraverso un accordo di programma che possa garantire tutti.

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