ILVA E LAVORO: IL BICCHIERE MEZZO PIENO

Appalto Arcelor Mittal, l’azienda cambia ditta per la pulizia industriale degli impianti con riferimento all’Agglomerato all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto. La nuova azienda, la Gea Power ha garantito ai sindacati il mantenimento dei livelli occupazionali per 78 lavoratori a tempo indeterminato ed ha posto in lista per le prossime assunzioni con diritto di prelazione ulteriori 15. La nuova azienda ha inoltre garantito il mantenimento di tutti i diritti già acquisiti dai lavoratori. Oggi intanto si terrà il confronto con la Semat, altra “nuova ditta” che si occupa delle pulizie in acciaieria; 63 i lavoratori a tempo indeterminato e 21 a tempo determinato. Soddisfazione da parte di Usb per l’accordo raggiunto.

Va ricordato che per  i lavoratori delle aziende delle pulizie industriali all’interno dell’ stabilimento siderurgico di Taranto, non è il primo cambio di azienda,e quindi di contratto, che avviene negli ultimi dieci anni, e come dichiarava proprio Usb qualche giorno fa “i cambi di appalto sono serviti unicamente per annullare i diritti dei lavoratori”.

Naturalmente non si può che accogliere con piacere la notizia che 78 lavoratori e forse anche altri 15 della Gea Power, continueranno a portare uno stipendio a casa, ma la situazione del lavoro all’interno dello stabilimento Ilva resta molto precaria, a partire proprio dai lavoratori della Semat il cui futuro è tuttora incerto. Basti pensare che solo qualche giorno fa le aziende dell’autotrasporto dell’indotto ArcelorMittal hanno manifestato sotto la prefettura di Taranto, a causa del blocco dei cantieri Aia (quelli che interessano le opere di adeguamento ambientale) da parte del gestore, dal quale avanzano crediti per 5/6 milioni di euro. E come non essere preoccupati del fatto che la Giove srl, un’altra azienda dell’appalto, non ha ancora versato ai dipendenti le mensilità di dicembre, gennaio e febbraio, scaricando il rischio, tipico dell’attività imprenditoriale, sull’anello debole della catena, cioè sui dipendenti, asserendo che fino a quando non arriva il pagamento da ArcelorMittal, non sarà in grado di onorare gli stipendi.

Non è certamente più rosea la posizione dei dipendenti diretti di ArcelorMittal per i quali l’azienda ha comunicato che dal 5 aprile la Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo), sarà riconvertita in Cassa integrazione con causale Covid 19, utilizzando l’ulteriore periodo di 13 settimane previsto dal Dl Sostegni, e proseguirà fino al 30 giugno. È stato confermato che la procedura interesserà, a seconda delle esigenze produttive, un massimo di 8128 dipendenti (5614 operai, 1514 impiegati, 866 equivalenti e 134 quadri) dello stabilimento siderurgico di Taranto, ovvero l’intera forza lavoro al netto dei dirigenti. La società motiva il ricorso agli ammortizzatori sociali “a causa del perdurare della riduzione dell’attività lavorativa riconducibile alla situazione di emergenza epidemiologica”. Mittal quindi utilizza la Cassa Integrazione covid, ma non rende nota la situazione dei contagi all’interno dello stabilimento, e trasferisce l’onere del “mantenimento” della forza lavoro allo Stato. E nel frattempo al governo chiede il versamento dei 400 milioni di euro dell’accordo con Invitalia, mentre continua ad accumulare debiti con l’appalto, si parla di 28 milioni di euro, ed a rinviare le opere di adeguamento ambientale, ma non la produzione.

In tutta questa situazione sembra difficile vedere il bicchiere mezzo pieno. Conservare il posto di lavoro per 78 dipendenti, non è chiaro a quali condizioni, a fronte di migliaia di dipendenti in condizioni di totale incertezza, più che mezzo bicchiere ci sembra di vedere un goccio di acqua. 

di Piero Piliego

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