CONDIZIONI DI LAVORO INUMANE E DEGRADANTI, E’ QUANTO CONTESTA LA CORTE DI STRASBURGO ALL’ITALIA

di Piero Piliego

Proprio mentre il Governo decide di salvare per l’ennesima volta l’Ilva, nonostante la Corte di Strasburgo abbia già condannato l’Italia per aver consentito “condizioni di lavoro degradanti ed inumane”, arriva un nuovo ricorso. La Cedu ha ritenuto di dover procedere nei confronti dell’Italia a seguito del ricorso presentato da tre operai, rappresentati dagli avvocati Biagio e Iolanda De Francesco, che affermano di essere vittime degli effetti causati dalle emissioni nocive dell’acciaieria, come informa Stefano Sibilla dell’FlmUniti Cub, sindacato al quale gli operai appartengono e che sostiene questo ricorso ed un altro ancora in fase di valutazione da parte della Corte.Strasburgo chiede alle autorità italiane se «le condizioni in cui i tre uomini hanno lavorato costituiscono un trattamento inumano e degradante, in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani, tenuto conto delle emissioni nocive a cui dicono di essere stati esposti», precisando di accertare inoltre se tali violazioni possano aver influito anche sulla loro vita privata. Il Governo dovrà esprimersi considerando anche la sentenza del gennaio 2019 che dovrà tener conto di quanto stabilito dalla Corte nella sentenza Cordella e altri del gennaio 2019, che ha già condannato il nostro paese per aver “omesso di adottare tutte le misure necessarie per assicurare la protezione effettiva del diritto degli interessati (tutti residenti a Taranto o zone vicine) al rispetto della loro vita privata” dato il “protrarsi di una situazione di inquinamento ambientale che mette in pericolo la loro salute e, più in generale, quella di tutta la popolazione residente nelle zone a rischio”.Il 19 gennaio 2019 infatti la Corte di Strasburgo ha emanato una storica sentenza che condanna lo Stato italiano per avere violato gli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Condannato perché ha omesso di proteggere i cittadini di Taranto dalle conseguenze drammatiche dell’elevato inquinamento causato dalle attività di Ilva. La Corte ha precisato che “le vittime hanno subito un grave pregiudizio poiché il governo italiano ha autorizzato la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.”Ricordiamo che un primo ricorso è stato presentato nel 2013 da Daniela Spera (Legamjonici) per conto di 52 cittadini difesi dagli avvocati Sandro Maggio e Leonardo La Porta del Foro di Taranto ed un secondo ricorso nel 2015 da parte di altri 130 cittadini rappresentati dallo studio Saccucci di Roma, ricorsi poi accorpati dalla Corte. riconoscendo ufficialmente i ricorrenti come vittime, in quanto sono stati violati il loro diritto alla vita privata e familiare e quello a un rimedio effettivo contro le violazioni subite.I cittadini di Taranto quindi hanno vinto, anche se le conseguenze di questa vittoria non si vedono. E sembra che non siano state tenute in conto nella trattativa con Mittal in cui lo Stato italiano ha deciso di voler ancora autorizzare la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziano la pericolosità per ambiente e salute, produzione che come in passato continuerà a violare il diritto dei tarantini alla loro vita privata e familiare.

La sentenza integrale in lingua italiana (https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.page…)

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